Arriva la tassa sui soldi depositati in banca.

Si chiamerà molto probabilmente Risparmiometro ed è uno strumento che l’Agenzia delle Entrate ha appena messo a punto per verificare se i contribuenti hanno risparmi superiori rispetto a quelli che presumibilmente potrebbero accumulare con il proprio reddito. In buona sostanza, si tratta dell’altra faccia del Redditometro, ma mentre quest’ultimo controlla le spese incompatibili con lo stipendio, il Risparmiometro invece va a vedere quanto non è stato speso per poi interrogarsi: «Se sul conto ci sono tutti questi soldi, con quali soldi avrà mangiato il nostro contribuente?». Se ci dovesse essere un’incongruenza arriverà la tassa sui soldi depositati in banca.

L’algoritmo del Risparmiometro è già pronto per il 2018 ed è in grado di andare a leggere tutti i dati dell’Anagrafe dei rapporti finanziari, quindi conto corrente, conto deposito titoli e/o obbligazioni, conto a deposito a risparmio libero vincolato, rapporto fiduciario, gestione collettiva del risparmio, gestione patrimoniale, certificati di deposito e buoni fruttiferi, conto terzi individuale e globale. Nonché: carte di credito, prodotti finanziari emessi dalle assicurazioni, acquisto e vendita di oro e metalli preziosi.

Che l’Agenzia delle Entrate stesse lavorando ad un modo più efficace di creare «liste selettive» di contribuenti a rischio evasione, andando a leggere nei loro risparmi, non è in realtà un fatto tanto segreto. A dimostrazione di ciò, già qualche mese fa avevamo parlato della nuova tassa sui risarmi in banca ed in quella sede avevano avvisato: sbaglia chi ritiene che le incongruenze sui dati dichiarati al fisco vengano rivelate solo dagli acquisti fatti; un eccessivo accumulo di denaro sul conto corrente potrebbe infatti destare l’allerta delle Entrate e, quindi, la tassazione. Si può quindi legittimamente parlare di una vera e propria tassa sui soldi depositati in banca.

Per spiegare come funziona il meccanismo ricorriamo a un esempio.

Immaginiamo un contribuente che, di lavoro, faccia l’impiegato in un ufficio privato. Il datore mensilmente gli versa lo stipendio sul conto corrente, dal quale però questi non attinge mai perché ha un secondo lavoro, del quale non ha mai “detto” nulla all’Agenzia delle Entrate e da cui riceve un reddito a volte superiore al primo. La disponibilità di tutti questi contanti – perché il mezzo-contribuente si guarda bene dal depositare i ricavi in nero sul conto – gli consente di vivere bene senza dover mai prelevare i soldi dello stipendio. Arriva fine anno e sul conto ha ben 13 mensilità dello stipendio “intonse”: un risparmio enorme agli occhi del Risparmiometro che giustamente si chiede «Con quali soldi ha campato il contribuente e tutta la sua famiglia? Come ha comprato il cibo e il vestiario? Come ha pagato la retta scolastica per i figli? E come la benzina per andare a lavoro?» Lì arriva il bello: in mancanza di giustificazioni valide, il risparmio viene considerato reddito e tassato (magari anche una seconda volta se lo è già stato in partenza ma le prove offerte non possono essere documentali).

Naturalmente l’Agenzia delle Entrate non può applicare «presunzioni assolute», ma deve sempre dare al contribuente la possibilità di difendersi e dimostrare, ad esempio, che i soldi extra gli sono stati donati (prova difficile in assenza di bonifici) o li ha vinti al gioco.

Insomma, il Risparmiometro valuterà l’eventuale incongruenza tra i redditi denunciati nella dichiarazione dei redditi e i depositi in banca, sulla base di quello che può essere un “potenziale risparmio” del contribuente-tipo, stimato sulla base dei dati da questi stessi dichiarati al fisco.

Strumento che aiuterà di molto l’Agenzia delle Entrate è il redditometro, il quale serve per calcolare eventuali sforamenti tra lo stipendio o il reddito denunciato annualmente dal contribuente e gli acquisti fatti nello stesso periodo di imposta. Chi guadagna 100 non può spendere 200 – è questa la logica su cui si posa il redditometro – a meno che non si dimostri che tali soldi sono il frutto di un prestito, di una donazione o di vincite al gioco. Da oggi però, anche chi crede di sfuggire agli accertamenti fiscali solo perché decide di fare voto di povertà e di non acquistare beni costosi o magari ama – al pari di Paperon De Paperoni – tuffarsi e nuotare nei propri soldi non può dormire sonni tranquilli. Difatti anche il risparmio accumulato in banca sarà tassato se superiore rispetto al reddito dichiarato.

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